Divorzi in Marocco, il ministro della Giustizia: basta colpevolizzare le donne
Il ministro invita a distinguere le domande presentate ai tribunali dalle separazioni effettive. I dati sulla famiglia raccontano tensioni economiche, conflitti domestici e nuove aspettative, mentre la riforma della Moudawana resta attesa.
Perché una donna divorziata deve essere considerata responsabile del fallimento del matrimonio, mentre un uomo che si separa sfugge allo stesso giudizio? È la domanda con cui il ministro della Giustizia marocchino, Abdellatif Ouahbi, ha riportato il dibattito sui divorzi dal terreno delle cifre a quello dei comportamenti sociali.
Intervenendo lunedì 2 novembre alla Camera dei rappresentanti, Ouahbi ha contestato la tendenza ad attribuire alle donne la responsabilità delle rotture coniugali. Nel resoconto di Le360, il ministro invita anche a interrogarsi sull’idea che il divorzio rappresenti necessariamente un esito negativo, senza considerare le condizioni nelle quali una coppia vive.
Il suo intervento contiene una presa di posizione politica e una precisazione statistica. Sono due piani diversi, entrambi necessari per comprendere un fenomeno che riguarda la trasformazione della famiglia marocchina.
Nel 2025 i tribunali hanno registrato 154.377 procedimenti di divorzio e scioglimento del matrimonio, contro 147.895 nel 2024: un aumento del 4,38%, secondo i dati del Consiglio superiore del potere giudiziario riportati da Hespress. Si tratta di fascicoli registrati, non del numero dei matrimoni definitivamente sciolti.
Ouahbi ha ricordato che una domanda può essere seguita da una riconciliazione oppure da un procedimento che non viene portato a termine. Ha inoltre richiamato la necessità di rendere omogenei i criteri utilizzati dalle diverse istituzioni per descrivere il fenomeno. Anche il confronto con i circa 268 mila matrimoni annui da lui citati richiede cautela: rapportare le domande di divorzio ai nuovi matrimoni non permette di stabilire quale percentuale delle coppie finirà per separarsi. Le due cifre misurano eventi diversi e riguardano unioni celebrate in anni differenti.
Un quadro più articolato emerge dall’Indagine nazionale sulla famiglia 2025 dell’Alto commissariato al Piano, l’organismo statistico marocchino. Il 58% delle donne divorziate intervistate dichiara di aver preso l’iniziativa della richiesta. Il dato descrive chi avvia la separazione, senza attribuire automaticamente la responsabilità della crisi.
Tra le principali ragioni riferite dagli intervistati figurano i disaccordi nella vita domestica, indicati nel 30,9% dei casi, le difficoltà economiche nel 12%, i conflitti con la famiglia del coniuge nell’11,6% e la violenza coniugale nell’8,8%. Sono risposte raccolte attraverso un’indagine, da distinguere dalle motivazioni giuridiche dei procedimenti.
Il cambiamento riguarda anche la possibilità concreta di uscire da un matrimonio insoddisfacente. Secondo l’interpretazione richiamata dal ministro, il lavoro e una maggiore autonomia economica consentono ad alcune donne di sottrarsi a rapporti che in passato avrebbero mantenuto per dipendenza materiale o pressione familiare. È una lettura delle trasformazioni sociali, che non può essere estesa indistintamente a tutte le marocchine.
La separazione, peraltro, può aprire nuove fragilità. Nell’indagine dell’Alto commissariato al Piano, l’83,5% delle donne interessate giudica insufficiente il mantenimento destinato ai figli. La possibilità di interrompere il rapporto e la sicurezza economica successiva restano dunque questioni strettamente collegate.
Sul versante giudiziario, Ouahbi propone di rafforzare la mediazione attraverso strutture specializzate, osservando che i magistrati non dispongono sempre del tempo necessario. La ricerca di una riconciliazione, ha precisato, deve rispettare la volontà della donna di porre fine al matrimonio.
Resta infine il passaggio legislativo. Al 2 novembre, secondo quanto dichiarato dal ministro, continua ad applicarsi la Moudawana del 2004. Ouahbi prevede che il nuovo progetto possa arrivare in Parlamento nei prossimi due mesi: un orizzonte annunciato, non una riforma già approvata. Le sue dichiarazioni anticipano quindi un confronto ancora da svolgere sulle regole della famiglia e sulle tutele da garantire quando un matrimonio finisce.